DIVINA GIULIA

2018

 

 

Divina Giulia

        Roy Leutri, da sempre, sceglie, come protagoniste della sua superba maestria fotografica, superbe bellezze femminili: si impone fra tutte il ricordo della giovane e bellissima Charo, immersa in un campo di girasoli dalle corolle quasi appassite.

        Vi è da parte di Roy una ricerca accurata del contesto che non può essere casuale: ha la funzione di esaltare la bellezza femminile che posa, ma anche e, forse di più, di aprire spiragli sul vissuto dell’Artista, alla ricerca di sè e della sua storia familiare: in quest’ultimo caso lo sfondo è offerto da una Venezia misteriosa e lontana dai percorsi turistici, ma prodiga dei languori provocati da sconosciute e fatiscenti muraglie, pigri e remoti canali veneziani.

        Roy e i suoi scatti sembrano, infatti, ricercare la magia dei luoghi sconosciuti o disabitati, quasi ai confini dello spazio e del tempo, luoghi sui quali balza prepotente il gesto garbato di una bella donna: è forse una fata che illumina le valli arcaiche del Friuli occidentale e i naturali grafismi di case e stavoli abbandonati? Sempre un misterioso archetipo di bellezza femminile dà vita alla velata malinconia dei ruderi abbandonati di un borgo rurale che s’illumina d’inattesi gesti quotidiani.

        Le creature sfocate ed evanescenti, che hanno segnato la più recente ricerca fotografica di Roy Leutri lasciano il posto, in quest’ultima fatica dell’Artista, ad una bellezza sfolgorante ed esotica: la bellissima e divina Giulia, concreta creatura dalla misteriosa ed irraggiungibile bellezza orientale.

        Nella sequenza fotografica proposta dall’Artista regista, si accampa, come prima e tematica inquadratura, il volto bello e misterioso di Giulia, la protagonista di questa nuova stagione di ricerca di Roy Leutri, che punta l’obbiettivo della sua macchina sul rilievo della bocca appena dischiusa e promettente: i tratti di una vera bellezza cinese, tratti evidenziati da un trucco sapiente che mette in risalto anche il taglio caratteristico degli occhi dalle folte ciglia oblique, illuminato da due candide perle: aggraziato un candido drappeggio di velo, cinge il collo della divina creatura mirabilmente ritratta.

        Giulia posa disinvolta, altrove, balzando con la serica massa di capelli neri da una nuvola di cespugli che la avvolge di bianco, per esibirsi con la grazia di una bambina all’angolo estremo di  un fondale, dove la perentorietà di linee parallele in primo piano e di strutture architettoniche sullo sfondo è addolcita da quella natura caotica e disordinata che Roy Leutri ama introdurre nei suoi scatti, per sottolineare la pulizia formale su cui, per contro, si incentra il fuoco dell’obbiettivo.

        Non la Venezia tradizionale, di canali, fondamenta e scorci di palazzi, che altrove aveva fornito ispirazioni a Roy, ma un ambiente lagunare deserto e spopolato, quello delle sacche, ovvero degli slarghi dei canali, delle valli da pesca, delle dune, e delle mèsole (le strisce in lieve rilievo dove la corrente trasporta e  accumula la sabbia) fa da sfondo al poetico servizio fotografico di Roy Leutri: una Venezia sconosciuta ai turisti e, probabilmente, agli stessi veneziani.

        Il contesto si mostra perfetto, così selvaggio e solitario per dare risalto non solo al volto esotico di Giulia, ma alla sua composta gestualità: dita incrociate in felice contrasto con la rigidità dei fissi elementi di contorno, come i pali che si riflettono nelle acque torbide del canale, braccia aperte e viso sognante terre lontane, mentre la brezza che viene dal mare muove appena il serico velo che le cinge il collo lungo e e sottile.

        Altri scatti concentrano l’attenzione sul contrasto dei lunghi nerissimi capelli della modella biancovestita: bambina innocente e nel contempo donna conscia della seduzione che può produrre il suo corpo flesso, sotto l’obiettivo, in pose languide e sensuali.

        L’estrema naturalezza nel gioco di spigoli ottenuto dalla disposizione di un gomito o di un ginocchio, non possono che trovare un equilibrato contrasto nei pochi elementi di contorno esotici, naturalmente, come il vezzoso ombrellino, il ventaglio, graziosamente esibito, mentre il fuoco dell’obiettivo sta puntato sul cappellino cinese appeso ad una porta, sulla quale gravita la mossa aggraziata del ginocchio, pure appuntito, di Giulia.

        Come si addice ai luoghi appartati e scarsamente abitati del mondo misterioso delle barene, il volto di Giulia si dispone ad enigmatici sorrisi, mentre le mani accarezzano i rari elementi di un’architettura dalle linee sobrie ed essenziali, tondeggianti: un grosso otre su cui si allunga la bella mano della fanciulla inginocchiata e seminascosta dal suo prezioso ventaglio; la grande cappa di un camino rotondo, sfiorata da una Giulia assorta e misteriosa. Un palo, uno dei classici pali che segnano i percorsi nella laguna fornisce un appoggio a Giulia, la valigia ai piedi, nell’atto di lanciare uno sguardo ai luoghi da cui partì la famiglia dei Polo alla conquista dell’Oriente misterioso.

Piera Rizzolatti 
Università di Udine.

 

 

 

 


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